Entries from August 2011 ↓

This is england

“Per la prima volta entravo in contatto con un gran numero di persone di condizione proletaria, con una tale varieta’ di accenti regionali che ci voleva un orecchio allenato per decifrarli. Girando nella zona di Birmingham ero stupito nel vedere che vita triste facessero, quanto poco venissero pagati, quanto male venissero istruiti, alloggiati e nutriti. Per me erano una grande massa di forza lavoro sfruttata, piu’ o meno allo stesso livello degli operai industriali di Shanghai. E mi fu anche chiaro, fin da subito, che il sistema classista inglese che conoscevo direttamente allora per la prima volta, non era un pittoresco vestigio del passato, ma un sistema di controllo politico. Nei tardi anni quaranta e cinquanta la gente delle classi medie vedeva la classe operaia quasi come fosse un’altra specie, e per escluderla si barricava dietro un complesso sistema di codici sociali.

Codici che dovevo imparare adesso per la prima volta – mostrare rispetto per gli antenati, non essere mai troppo entusiasta, stringere i denti, essere gentili con i piu’ giovani, rispettare la tradizione, stare in piedi quando si suona l’inno nazionale, offrire la propria guida, essere riservato e cosi’ via, tutto calcolato per creare un senso di opprimente deferenza (…). Nella vita delle classi medie inglesi tutto ruotava intorno a codici di comportamento che, per quanto incosciamente, incoraggiavano a praticare la mediocrita’ e a non aspettarsi mai troppo dalla vita (…).

In breve, non pagavano gli inglesi un prezzo salatissimo per il sistema di autoillusione che era praticamente alla base di tutta la loro vita? Era la domanda che sembrava balzare agli occhi dalle strade dissestate e dalle buche delle bombe quando misi piede per la prima volta in Inghilterra, e che in gran parte fu all’origine della difficolta’ che trovai ad ambientarmi qui. Essa alimento’ la mia incertezza su me stesso, e mi incoraggio’ a vedermi per il resto della mia vita come un estraneo e un dissdente. Probabilmente mi indirizzo’ nel diventare uno scrittore specializzato nel prevedere e, se possibile, provocare il cambiamento. Il cambiamento, pensavo, era cio’ di cui l’Inghilterra aveva disperatamente bisogno: e lo penso ancora adesso.”

J.G. Ballard – I miracoli della vita – Feltrinelli 2009

Penso a questo mentre guardo le immagine delle rivolte in Inghilterra. Penso a questo e alla bellissima scena finale di This is England, di Shane Meadows. Uno dei pochissimi film su una controcultura fatto come si deve. Fra l’altro, nell’avanzatissima italia questo film del 2005 esce tra due settimane al cinema, andate a vederlo.

Qualche parola a caldo (ma lucida quanto serve, e quanto serve!) —> http://redcat-tripping.noblogs.org/2011/08/09/la-rivolta-di-londra-commento-a-caldo/

Un proficuo no future

In ‘sti giorni a vivere in europa ti sembra di essere in un libro di Moorcock. Uno di quei caotici pastiche cyberpunk in cui tutto sta per finire e tutto in qualche modo continua ad andare avanti. Ho ritrovato una vecchia bozza di un post mai finito, ma le parole di chiusura in questo agosto non mi sembrerebbero comunque appropriate. Lasciamolo cosi’ dunque, non finito.

 

Spesso mi sento a disagio a parlare di apocalisse o no future, perche’ temo di essere presa per una sorta di maniaca suicida, che sogna di saltellare allegra tra le ceneri di qualche macabro genocidio.  L’apocalisse che intendo e’ una comoda metafora per parlare della fine del mondo come l’abbiamo conosciuto finora. Quel mondo scritto e vergato col sangue, fatto di pianto e lamento, di lavoro stipendio casa e di nuovo lavoro. Di ansia, di giorni spezzati, di ritmi decisi da altri, di corse folli verso merci improbabili. In cambio di tutta questa nevrosi avevamo in pugno le magnifiche sorti e progressive di un’umanita’ destinata a divenire ricca, immortale e invincibile. Nel piccolo, in cambio di una vita sedata ci veniva offerto un mondo ordinato.

Ma adesso, questo mondo e’ gia’ adesso sull’orlo di una crisi di nervi, le nostre vite assistono impotenti a decine di apocalissi quotidiane. Continui traumi con cui dobbiamo via via imparare a convivere. Parlate con un operaio di Mirafiori oggi, ditemi se le sue angoscie non ricordano quelle di un terremotato che si e’ visto crollare addosso tutto il suo mondo. E la rassegnata disperazione di uno stagista precario? Quanto e’ diversa la sua assenza di domani da quella di un alluvionato di New Orleans?
Non resta che affondare le mani in questa nostra quotidiana apocalisse, riprendendo il controllo del nostro ferito inconscio collettivo e finalmente ricominciare da capo.
E si’ che qualche idea ce l’avrei. Cominciare innanzitutto a ripensare i rapporti tra esseri viventi, ripensare al concetto di autorita’ e a quello di potere, mettersi nella condizione di non dominare su niente e nessuno. Ripensare alla storia umana, rileggerla e metabolizzarla per superarla, per andare oltre portandosela dietro serenamente.
Poi ripensare al grande, enorme concetto di responsabilita’. Farsi carico della propria vita, di quella degli altri escludendo per forza di cose le pigre deleghe che hanno dominato duemila anni di storia umana..

Un’apocalisse faticosa insomma, ma piu’ dignitosa del doloroso modo di vivere a cui eravamo abituati.