L'ossessione della sicurezza
Mentre continuo nella mia lunga ricerca su Francia, banlieues e ansia securitaria, finisce che inevitabilmente intoppo di nuovo in Laurent Bonelli. Presa da un raptus di pigritudine avevo rallentato la lettura del suo libro tradendolo con La rivolta delle periferie ed. Mondadori (ma giuro, solo perche' questo e' in italiano!). Ma girando di nota in nota, di rimando in rimando, mi ritrovo di nuovo a leggere le sue cose. e mi sembrano ancora le piu' lucide, forse perche' estendibili anche alla situazione che viviamo qui in italia.
Ecco un articolo (in italiano) su Le Monde diplomatique , un po' vecchiotto (del 2001) ma comunque interessante soprattutto nella ultima parte. Vi evito l'introduzione di redazione di Le Monde Diplomatique perche' mi sembra abbastanza inutile (e cmq lo trovate seguendo il link).
Qui invece potete scaricare un intervento alla radio sulla sicurezza (sono pochi mega di .ogg), ma ahime' in francese ed e' veramente un peccato perche' dice cose non banali.
L'OSSESSIONE DELLA SICUREZZA
La paura, lucrosa rendita della politica
di LAURENT BONELLI*
L'8
gennaio scorso, il Midi Libre rivelava che a Nîmes la Polizia nazionale
e i vari servizi statali di assistenza sociale decentralizzata avevano
creato, insieme al locale Ufficio di collocamento, uno schedario
condiviso in rete, sulla base delle informazioni dei loro archivi
relative a 179 adolescenti «in difficoltà». Le informazioni diffuse,
molto dettagliate, riguardavano sia eventuali precedenti di questi
giovani, sia la classe frequentata, gli aiuti sociali concessi e il
loro comportamento in occasione di interviste individuali...Questo schedario, elaborato sulla base di «indagini di polizia (1)» è stato creato su richiesta del prefetto nell'ambito della Commission départementale d'accès à la citoyenneté (Codac) (2),
al fine di «capire concretamente come e perché un certo numero di
minori o adulti siano sfuggiti alle maglie delle istituzioni pubbliche
incaricate di venire loro in aiuto (3)».
Il prefetto spiega che era sua intenzione «promuovere un metodo per
trattare i casi di giovani in difficoltà sociale, economica o
professionale [così da] mettere in piedi un'amministrazione più
efficiente e cercare di trovare delle soluzioni (4)».
Questa lista è all'origine di varie riunioni congiunte tra i suoi vari
promotori, una delle quali è stata dedicata allo studio di un unico
caso particolarmente difficile.
Un tale episodio - chiuso grazie
alla levata di scudi dell'opinione pubblica seguita alla sua
rivelazione - , mostra le logiche sottese a tutte le strategie locali
di sicurezza attuate in Francia da una ventina d'anni a questa parte.
Dai consigli comunali di prevenzione della delinquenza (Ccpd) ai
contratti locali di sicurezza (Cls), le strutture e i dispositivi che
ne derivano sono caratterizzati da alcuni elementi comuni. Zone di non
diritto Geograficamente concentrati sui quartieri popolari,
ribattezzati per l'occasione quartieri «sensibili», riguardano solo un
tipo molto preciso di infrazione o di reato, la piccola delinquenza di
strada, ovvero i cosiddetti comportamenti «devianti» dei giovani di
questi quartieri. Del resto, la composizione della lista di Nîmes
rispecchia perfettamente questa suddivisione: gli individui
appartenenti alla lista provengono tutti da quattro particolari
quartieri, definiti in via di sviluppo sociale; l'85% dei cognomi
tradisce un'origine maghrebina e la schiacciante maggioranza di loro è
costituita da giovani tra i 12 e i 32 anni, per un terzo minorenni...
Questa focalizzazione trasmette una idea precisa di «pericolosità sociale», che rievoca l'equazione ideologica classi popolari = classi pericolose in voga alla fine del XIX secolo. La riattivazione di questi modelli deriva da pseudo-scienze criminologiche, psico-sociologiche e/o poliziesche, in cui gli spazi di emarginazione diventano «zone di non diritto» che rimetterebbero in discussione il modello politico dominante e il suo sistema di valori, per dar vita ad enclave di tipo comunitario o mafioso. Gli adolescenti che abitano in queste zone avrebbero quindi fatto la «scelta» più facile, razionale e durevole di un sistema di valori «criminali» contro quello dei valori «convenzionali», imperniato sul lavoro. Mescolando fatti tanto eterogenei come il furto d'auto, il danneggiamento di una cassetta delle lettere, lo spaccio di droga e la maleducazione, questi discorsi allarmisti ignorano consapevolmente le cause sociali dei fenomeni. Resuscitano un'ideologia morale e etnocentrica basata sul fallimento delle famiglie popolari e la loro presunta incapacità di fornire un quadro educativo di riferimento ai loro figli. Come ricordava Martine Aubry, ex ministra francese del lavoro e della solidarietà sociale, «questi giovani hanno scarsi rapporti affettivi. Spesso non sono in grado di dirci che tipo di legami hanno con gli adulti con cui vivono. Quei padri, madri, patrigni, matrigne che chiamano per nome possono essere davvero considerati i loro genitori? (5)». La severità sarebbe dunque giustificata da una sensazione di irreversibilità della delinquenza.
Nuove strutture repressive Un'irreversibilità presa di mira da innumerevoli strutture specialistiche, di cui ormai questi quartieri rigurgitano. La polizia si è infatti dotata di diverse unità d'intervento: brigate anti-crimine (Bac), unità mobili speciali (Ums), compagnie dipartimentali di intervento (Cdi), apposite forze di mantenimento dell'ordine (unità mobili di polizia); unità giudiziarie: brigate di ricerca, di indagine e di coordinamento (Brec); o servizi di informazione, con la particolare sezione «violenze urbane» dei servizi segreti. Anche la riforma della polizia di quartiere è rivolta principalmente a queste zone.
Stesso discorso per il ministero di grazia e giustizia, che ha sviluppato analoghe strutture specifiche: gruppi locali di trattamento della delinquenza (Gltd), corrispondenti del procuratore o da esso delegati, nonché varie procedure particolari: trattamento in tempo reale della delinquenza (Ttr), processi immediati, ecc. Infine, anche altre istituzioni hanno creato propri strumenti specifici, come il ministero della pubblica istruzione con la segnalazione delle «zone violente» o i protocolli standardizzati di segnalazione alle procure.
L'inflazione di tali strutture nei quartieri e la scelta di reprimere prioritariamente la piccola delinquenza hanno tre importanti conseguenze.
Anzitutto, assistiamo ad un irrigidimento e ad un'estensione del settore penale. Le pene per questo tipo di reati sono state pesantemente rafforzate. La severità dei processi per direttissima è a questo proposito emblematica. E il Ttr ha, tra l'altro, trasformato radicalmente l'esercizio della giustizia nei confronti dei minori, sempre più gestito dal penale invece che dal civile. Allo stesso modo, alcuni comportamenti che non dipendevano direttamente dalla giustizia sono oggi affidati alla mediazione penale, attraverso il patteggiamento.
Infine, si assiste all'irruzione degli interrogatori polizieschi e giudiziari in nuovi ambiti.
Queste logiche finiscono per costituire una cartina di tornasole attraverso la quale, in alcuni quartieri, viene percepito e trattato un certo numero di «problemi». La questione sociale è abbandonata.
La prevenzione strutturale scompare e si afferma la prevenzione della delinquenza. Le preoccupazioni socio-culturali o di salute pubblica sono prese in considerazione solo nella misura in cui concorrono al mantenimento di una certa forma di pace sociale. La violenza domestica non è di per sé un problema; lo diventa perché rischia di produrre criminalità minorile. Ancora di più assistiamo - come a Nîmes - ad un arruolamento di tipo poliziesco dei servizi sociali, in nome di una domanda sociale a cui la polizia non riuscirebbe a dare da sola risposta. L'equazione «giovani in difficoltà sociali, economiche o professionali» = «controllo poliziesco» è sempre più in voga...
In un certo qual modo, i quartieri «in pericolo» sono diventati «quartieri pericolosi». E siccome la Francia non ha voluto - come hanno fatto invece gli Stati uniti - incrementare sensibilmente il numero degli agenti del suo apparato repressivo (poliziotti, magistrati e personale delle carceri), un approccio di questo tipo implica che intere fasce di delinquenza vengano trascurate, per volgersi alla lotta contro le forme più «appariscenti» e meno dannose per lo spazio pubblico.
Così, lo stesso ministero della Giustizia francese riconosce che il trattamento in tempo reale - che costituisce più del 90% dell'attività di alcuni tribunali - «da una parte privilegia e dall'altra"sovra-stima" [...] l'attenzione alla piccola e media criminalità, a scapito della criminalità economica e finanziaria o dei reati legati a contenziosi di tipo tecnico». (6) Definito «cronofago» dal ministero, un tale trattamento esaurisce il lavoro dei magistrati, che trascurano i casi più complessi. Allo stesso modo, il numero di inquirenti assegnati ai poli economici e finanziari è ridicolmente basso in un paese come la Francia, che ha un rapporto forze dell'ordine/popolazione tra i più elevati d'Europa.
Le scarse azioni giudiziarie nei confronti di violazioni della legislazione del lavoro, di reati commerciali o ambientali sono in aperto contrasto con l'ampiezza di queste infrazioni.
Ma l'accento messo sulla repressione della piccola criminalità non è giustificato. La minaccia non è reale. Ogni priorità deriva da inquadramenti più o meno arbitrari degli episodi di devianza, compiuti da agenti interessati a tale selezione in virtù della loro posizione e della loro autorità. Così, la tesi secondo cui un'evoluzione di questo tipo sarebbe dovuta all'«escalation» della violenza e della criminalità minorile tra i giovani dei quartieri popolari, viene confutata dalle analisi degli esperti statistici (7). Questi fenomeni esistevano anche un quarto di secolo fa, ma non costituivano un «problema della società». Venivano piuttosto considerati come forme di patologia sociale e/o morale. Sotto il tema generico di «insicurezza», hanno assunto un'importanza centrale all'inizio degli anni 70, quando per la prima volta viene fatta la distinzione, nel cosiddetto rapporto Peyrefitte (8), tra crimine e paura del crimine.
Questa rottura è fondamentale, perché è all'origine della gestione politica della paura e di tutti quei temi fino ad allora delegati ai professionisti della sicurezza. L'invenzione del «sentimento di insicurezza», diffuso poi nell'opinione pubblica, ha portato i partiti e i rappresentanti eletti a dedicarsi a questi problemi. Per tutti gli anni 80 e 90, si sono moltiplicate le prese di posizione, con uomini politici che si specializzano e costruiscono la propria carriera sul tema dell'insicurezza. Attraverso la loro specializzazione e la rivendicazione di una sorta di competenza particolare in materia, contribuiranno a spoliticizzare a poco a poco un dibattito che, negli anni 70, opponeva ancora una destra garante della «sicurezza» ad una sinistra paladina della «libertà».
«Ordine pubblico» e pacificazione Trovandosi d'accordo sulla natura del problema, sulla diagnosi e sulle soluzioni da apportare, i politici tendono quindi ad annullare le passate divergenze e a produrre un consenso - a cui i media daranno ampiamente eco - sulle priorità da dare alla lotta contro forme di criminalità nei confronti delle quali è possibile intervenire: «Quante volte mi sono sentito dire dai miei concittadini: signor sindaco, per il lavoro ce la possiamo cavare da soli. Ma per la sicurezza, non possiamo far nulla. Abbiamo bisogno del suo aiuto (9)»... Il che spiega la profusione di dibattiti, all'interno delle associazioni di rappresentanti politici locali (come l'associazione dei sindaci di Ile de France-Amif), che mirano a delegare ai comuni le missioni di ordine pubblico della polizia di stato. Nel febbraio 2000, Gérard Hamel, sindaco di Dreux e deputato dell'Assemblea nazionale, durante gli Incontri nazionali sulla sicurezza locale tenutisi a Chalon-sur-Saône dichiarava: «Bisogna mettere la polizia di quartiere sotto l'autorità diretta del sindaco, in modo che essa si occupi della criminalità di strada, delle violenze e del sentimento di insicurezza. Ovviamente, il mantenimento dell'ordine e la polizia giudiziaria rimarranno di competenza dello Stato».
È in parte alla luce della sua redditività politica che si può capire il successo riportato dalla repressione di un certo tipo di criminalità e di comportamenti «che disturbano». Questo tipo di volontà politica, che porta a reazioni disuguali a seconda del tipo di infrazione e del profilo sociale del suo autore, confonde «l'ordine pubblico» con la pacificazione dei quartieri popolari. Resta da vedere se, a lungo termine, questa scelta costituirà lo strumento migliore per garantire la «sicurezza» dello stato e della società, per favorire la coesione tra i suoi cittadini e rafforzare la legittimità delle sue istituzioni democratiche.
Questa focalizzazione trasmette una idea precisa di «pericolosità sociale», che rievoca l'equazione ideologica classi popolari = classi pericolose in voga alla fine del XIX secolo. La riattivazione di questi modelli deriva da pseudo-scienze criminologiche, psico-sociologiche e/o poliziesche, in cui gli spazi di emarginazione diventano «zone di non diritto» che rimetterebbero in discussione il modello politico dominante e il suo sistema di valori, per dar vita ad enclave di tipo comunitario o mafioso. Gli adolescenti che abitano in queste zone avrebbero quindi fatto la «scelta» più facile, razionale e durevole di un sistema di valori «criminali» contro quello dei valori «convenzionali», imperniato sul lavoro. Mescolando fatti tanto eterogenei come il furto d'auto, il danneggiamento di una cassetta delle lettere, lo spaccio di droga e la maleducazione, questi discorsi allarmisti ignorano consapevolmente le cause sociali dei fenomeni. Resuscitano un'ideologia morale e etnocentrica basata sul fallimento delle famiglie popolari e la loro presunta incapacità di fornire un quadro educativo di riferimento ai loro figli. Come ricordava Martine Aubry, ex ministra francese del lavoro e della solidarietà sociale, «questi giovani hanno scarsi rapporti affettivi. Spesso non sono in grado di dirci che tipo di legami hanno con gli adulti con cui vivono. Quei padri, madri, patrigni, matrigne che chiamano per nome possono essere davvero considerati i loro genitori? (5)». La severità sarebbe dunque giustificata da una sensazione di irreversibilità della delinquenza.
Nuove strutture repressive Un'irreversibilità presa di mira da innumerevoli strutture specialistiche, di cui ormai questi quartieri rigurgitano. La polizia si è infatti dotata di diverse unità d'intervento: brigate anti-crimine (Bac), unità mobili speciali (Ums), compagnie dipartimentali di intervento (Cdi), apposite forze di mantenimento dell'ordine (unità mobili di polizia); unità giudiziarie: brigate di ricerca, di indagine e di coordinamento (Brec); o servizi di informazione, con la particolare sezione «violenze urbane» dei servizi segreti. Anche la riforma della polizia di quartiere è rivolta principalmente a queste zone.
Stesso discorso per il ministero di grazia e giustizia, che ha sviluppato analoghe strutture specifiche: gruppi locali di trattamento della delinquenza (Gltd), corrispondenti del procuratore o da esso delegati, nonché varie procedure particolari: trattamento in tempo reale della delinquenza (Ttr), processi immediati, ecc. Infine, anche altre istituzioni hanno creato propri strumenti specifici, come il ministero della pubblica istruzione con la segnalazione delle «zone violente» o i protocolli standardizzati di segnalazione alle procure.
L'inflazione di tali strutture nei quartieri e la scelta di reprimere prioritariamente la piccola delinquenza hanno tre importanti conseguenze.
Anzitutto, assistiamo ad un irrigidimento e ad un'estensione del settore penale. Le pene per questo tipo di reati sono state pesantemente rafforzate. La severità dei processi per direttissima è a questo proposito emblematica. E il Ttr ha, tra l'altro, trasformato radicalmente l'esercizio della giustizia nei confronti dei minori, sempre più gestito dal penale invece che dal civile. Allo stesso modo, alcuni comportamenti che non dipendevano direttamente dalla giustizia sono oggi affidati alla mediazione penale, attraverso il patteggiamento.
Infine, si assiste all'irruzione degli interrogatori polizieschi e giudiziari in nuovi ambiti.
Queste logiche finiscono per costituire una cartina di tornasole attraverso la quale, in alcuni quartieri, viene percepito e trattato un certo numero di «problemi». La questione sociale è abbandonata.
La prevenzione strutturale scompare e si afferma la prevenzione della delinquenza. Le preoccupazioni socio-culturali o di salute pubblica sono prese in considerazione solo nella misura in cui concorrono al mantenimento di una certa forma di pace sociale. La violenza domestica non è di per sé un problema; lo diventa perché rischia di produrre criminalità minorile. Ancora di più assistiamo - come a Nîmes - ad un arruolamento di tipo poliziesco dei servizi sociali, in nome di una domanda sociale a cui la polizia non riuscirebbe a dare da sola risposta. L'equazione «giovani in difficoltà sociali, economiche o professionali» = «controllo poliziesco» è sempre più in voga...
In un certo qual modo, i quartieri «in pericolo» sono diventati «quartieri pericolosi». E siccome la Francia non ha voluto - come hanno fatto invece gli Stati uniti - incrementare sensibilmente il numero degli agenti del suo apparato repressivo (poliziotti, magistrati e personale delle carceri), un approccio di questo tipo implica che intere fasce di delinquenza vengano trascurate, per volgersi alla lotta contro le forme più «appariscenti» e meno dannose per lo spazio pubblico.
Così, lo stesso ministero della Giustizia francese riconosce che il trattamento in tempo reale - che costituisce più del 90% dell'attività di alcuni tribunali - «da una parte privilegia e dall'altra"sovra-stima" [...] l'attenzione alla piccola e media criminalità, a scapito della criminalità economica e finanziaria o dei reati legati a contenziosi di tipo tecnico». (6) Definito «cronofago» dal ministero, un tale trattamento esaurisce il lavoro dei magistrati, che trascurano i casi più complessi. Allo stesso modo, il numero di inquirenti assegnati ai poli economici e finanziari è ridicolmente basso in un paese come la Francia, che ha un rapporto forze dell'ordine/popolazione tra i più elevati d'Europa.
Le scarse azioni giudiziarie nei confronti di violazioni della legislazione del lavoro, di reati commerciali o ambientali sono in aperto contrasto con l'ampiezza di queste infrazioni.
Ma l'accento messo sulla repressione della piccola criminalità non è giustificato. La minaccia non è reale. Ogni priorità deriva da inquadramenti più o meno arbitrari degli episodi di devianza, compiuti da agenti interessati a tale selezione in virtù della loro posizione e della loro autorità. Così, la tesi secondo cui un'evoluzione di questo tipo sarebbe dovuta all'«escalation» della violenza e della criminalità minorile tra i giovani dei quartieri popolari, viene confutata dalle analisi degli esperti statistici (7). Questi fenomeni esistevano anche un quarto di secolo fa, ma non costituivano un «problema della società». Venivano piuttosto considerati come forme di patologia sociale e/o morale. Sotto il tema generico di «insicurezza», hanno assunto un'importanza centrale all'inizio degli anni 70, quando per la prima volta viene fatta la distinzione, nel cosiddetto rapporto Peyrefitte (8), tra crimine e paura del crimine.
Questa rottura è fondamentale, perché è all'origine della gestione politica della paura e di tutti quei temi fino ad allora delegati ai professionisti della sicurezza. L'invenzione del «sentimento di insicurezza», diffuso poi nell'opinione pubblica, ha portato i partiti e i rappresentanti eletti a dedicarsi a questi problemi. Per tutti gli anni 80 e 90, si sono moltiplicate le prese di posizione, con uomini politici che si specializzano e costruiscono la propria carriera sul tema dell'insicurezza. Attraverso la loro specializzazione e la rivendicazione di una sorta di competenza particolare in materia, contribuiranno a spoliticizzare a poco a poco un dibattito che, negli anni 70, opponeva ancora una destra garante della «sicurezza» ad una sinistra paladina della «libertà».
«Ordine pubblico» e pacificazione Trovandosi d'accordo sulla natura del problema, sulla diagnosi e sulle soluzioni da apportare, i politici tendono quindi ad annullare le passate divergenze e a produrre un consenso - a cui i media daranno ampiamente eco - sulle priorità da dare alla lotta contro forme di criminalità nei confronti delle quali è possibile intervenire: «Quante volte mi sono sentito dire dai miei concittadini: signor sindaco, per il lavoro ce la possiamo cavare da soli. Ma per la sicurezza, non possiamo far nulla. Abbiamo bisogno del suo aiuto (9)»... Il che spiega la profusione di dibattiti, all'interno delle associazioni di rappresentanti politici locali (come l'associazione dei sindaci di Ile de France-Amif), che mirano a delegare ai comuni le missioni di ordine pubblico della polizia di stato. Nel febbraio 2000, Gérard Hamel, sindaco di Dreux e deputato dell'Assemblea nazionale, durante gli Incontri nazionali sulla sicurezza locale tenutisi a Chalon-sur-Saône dichiarava: «Bisogna mettere la polizia di quartiere sotto l'autorità diretta del sindaco, in modo che essa si occupi della criminalità di strada, delle violenze e del sentimento di insicurezza. Ovviamente, il mantenimento dell'ordine e la polizia giudiziaria rimarranno di competenza dello Stato».
È in parte alla luce della sua redditività politica che si può capire il successo riportato dalla repressione di un certo tipo di criminalità e di comportamenti «che disturbano». Questo tipo di volontà politica, che porta a reazioni disuguali a seconda del tipo di infrazione e del profilo sociale del suo autore, confonde «l'ordine pubblico» con la pacificazione dei quartieri popolari. Resta da vedere se, a lungo termine, questa scelta costituirà lo strumento migliore per garantire la «sicurezza» dello stato e della società, per favorire la coesione tra i suoi cittadini e rafforzare la legittimità delle sue istituzioni democratiche.
note:
* Ricercatore all'Università Paris X Nanterre
(1) Riguarda persone di cui «diversi indizi gravi e concordi fanno pensare che potrebbero essere autori, co-autori o complici di presunti reati o infrazioni».
(2) Sono state create dal ministro dell'interno il 18 gennaio 1999 per «identificare episodi di discriminazione nell'ambito del lavoro, degli alloggi, dell'accesso ai servizi pubblici e agli svaghi e per formulare proposte atte a favorire l'integrazione di giovani figli di immigrati».
(3) Dominique Vinciguerra, direttore di gabinetto del prefetto del Gard, Midi libre, 8 gennaio 2000.
(4) Michel Gaudin, prefetto di Gard, Midi libre, 11 gennaio 2000.
(5) Intervento di Martine Aubry, ministra del lavoro e della solidarietà sociale, convegno di Villepinte, 24 ottobre 1997.
(6) Rapport au garde des sceaux sur la politique pénale menée en 1999 («Rapporto al Guardasigilli sulla politica penale condotta nel 1999), Direction des Affaires Criminelles et des Gr‰ces, aprile 2000, p. 27.
(7) Si veda ad esempio Aubusson de Carvalay, «Statistiques» in Lazerges C. e Balduyck J. P., Réponses à la délinquance des mineurs. Mission interministérielle sur la prévention et le traitement de la délinquance des mineurs, La Documentation française, Parigi, 1998, pp. 263-291.
(8) Comitato di studio sulla violenza, la criminalità e la delinquenza, Réponses à la violence, Presses Pocket, Parigi, 1977.
(9) Jean-François Copé, sindaco di Meaux, Maires en Ile-de-France, n. 33, febbraio 2000, p. 18.
(Traduzione di S.L.)
* Ricercatore all'Università Paris X Nanterre
(1) Riguarda persone di cui «diversi indizi gravi e concordi fanno pensare che potrebbero essere autori, co-autori o complici di presunti reati o infrazioni».
(2) Sono state create dal ministro dell'interno il 18 gennaio 1999 per «identificare episodi di discriminazione nell'ambito del lavoro, degli alloggi, dell'accesso ai servizi pubblici e agli svaghi e per formulare proposte atte a favorire l'integrazione di giovani figli di immigrati».
(3) Dominique Vinciguerra, direttore di gabinetto del prefetto del Gard, Midi libre, 8 gennaio 2000.
(4) Michel Gaudin, prefetto di Gard, Midi libre, 11 gennaio 2000.
(5) Intervento di Martine Aubry, ministra del lavoro e della solidarietà sociale, convegno di Villepinte, 24 ottobre 1997.
(6) Rapport au garde des sceaux sur la politique pénale menée en 1999 («Rapporto al Guardasigilli sulla politica penale condotta nel 1999), Direction des Affaires Criminelles et des Gr‰ces, aprile 2000, p. 27.
(7) Si veda ad esempio Aubusson de Carvalay, «Statistiques» in Lazerges C. e Balduyck J. P., Réponses à la délinquance des mineurs. Mission interministérielle sur la prévention et le traitement de la délinquance des mineurs, La Documentation française, Parigi, 1998, pp. 263-291.
(8) Comitato di studio sulla violenza, la criminalità e la delinquenza, Réponses à la violence, Presses Pocket, Parigi, 1977.
(9) Jean-François Copé, sindaco di Meaux, Maires en Ile-de-France, n. 33, febbraio 2000, p. 18.
(Traduzione di S.L.)
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